sì dunque….

probabilmente sono malata…(intendo, a livello mentale)…però io e i dentisti abbiamo un rapporto malato. nel senso che io li odio, non li posso sopportare e mi perseguitano da quando sono piccola. ieri è andata veramente malissimo, con una medicazione senza anestesia che rimarrà negli annali dei miei files “dolore” per il resto della vita. e non sto scherzando.
dopo l’otite, un’altra medicazione di cui non ho voglia di parlare or ora (perchè si parla del ginnasio)…, il mal di denti a badia, ci mancava solo questa….ed è sempre lui…quel maledettissimo dente di badia.
mercoledì (ossia domani) questa storia dovrebbe in parte finire (per lo meno per partire per poggi un pochino tranquilla….ma ho paura comunque)…poi mi ha già detto che “quando torno con più calma….”
no no…in quel posto lì non mi vedono più….
ci sono solo due persone che credo “mi possano capire” nella mia psicosi dentale: il regista de Il maratoneta, John Schlesinger, (se non l’avete ancora visto per favore guardatelo che ne vale davvero la pena…^^) e Des Esseintes, nella fattispecie, J. K. Huysmans in À Rebours (Controcorrente)…uno di quei romanzi decadenti che molto probabilmente vi hanno fatto leggere al liceo…e che aveva spaventato a morte Wilde (come ha ragione quest’uomo). c’è una parte in questo romanzo in cui si parla del dolore ad un maledettissimo dente….e il ricordo di cosa accadde….oltre al fatto che il ritmo del racconto incalza sempre di più come se fosse un horror…mi ricordo che quando lo lessi, (oltre a farmela sotto) pensai “meno male che non sono nata nell”800…” “spero di non patire mai un dolore simile”….eccetera eccetera….evidentemente come direbbe Peppone “questa stanza è piena di microfoni!!!!” perchè mi devono aver sentito….
ringrazio Lalla che nei miei patimenti dentari è sempre presente e vigile, e mi sostiene…dalle notti insonni a Bahhììa, ai messaggini minatori contro la mia dentista…..graziee! 

eccolo qui….À Rebours se vi interessa. oggi e domani ancora inferno … e poi sarà finita per un po’…
buona lettura!

[…]
Ma quella sera Des Esseintes non aveva alcuna voglia d’ascoltare la musica del palato. Si contentò di cavare dalla tastiera del suo organo una sola nota, portandosi di là un bicchierino colmo d’autentico whisky d’Irlanda.
Si riaffondò nella poltrona e religiosamente si sorseggiò quel succo fermentato di orzo e d’avena: un acuto aroma di creosoto gli appestò la bocca.
Sulla traccia di quel sapore che irresistibilmente ne evocava un altro, il pensiero, facendo da battistrada, resuscitò ricordi cancellati da anni. Quel gusto acre, fenicato, gli richiamò imperioso alla memoria l’identico sapore che gli riempiva la bocca quando il dentista gli lavorava le gengive.
Messo su questa via, dopo aver vagato genericamente su tutti i dentisti cui era ricorso, il ricordo si raccolse e concentrò su quell’uno che per i suoi modi brutali gli si era profondamente impresso nella memoria.
Era stato tre anni prima. Aggredito nel cuor della notte da un’atroce raffica di denti, si premeva la guancia, sbatteva del capo nei mobili, misurava a grandi passi, forsennato, la stanza.
Si trattava d’un molare piombato. Impossibile guarirlo; solo rimedio che restava, le tenaglie del dentista. Fuori di sé, aspettava l’alba, risoluto a sottoporsi alla più atroce delle operazioni, pur di uscire da quel patimento.
Tenendosi la mascella, si chiedeva intanto come fare. I dentisti che lo avevano in cura erano dei professionisti arricchiti dai quali non bastava recarsi per essere ricevuti; occorreva con loro prenotarsi, combinare un appuntamento.
“Impossibile: io non posso rimandare d’un minuto” si diceva.
Deliberò di ricorrere al primo venuto, d’andare da un cavadenti qualsiasi; da uno di quegli energumeni dal polso di ferro che, se ignorano l’arte, del resto inutile, di curare le carie e di turare i buchi sanno estirpare con una sveltezza da giocoliere le radici più ostinate; gente che apre bottega all’alba e non fa fare anticamera.
Sonarono alfine le sette.
Si precipitò in istrada e, sovvenendogli il famigerato nome d’un meccanico che si faceva chiamare “dentista per tutti” ed abitava all’angolo d’un lungosenna, si mise di corsa a quella volta, ricacciando il pianto, mordendo il fazzoletto.
Arrivato, con le tempia in sudore, davanti alla casa distinta da un’enorme tabella nera sulla quale spiccava in giallo a lettere di scatola il nome “GATONAX” e da due vetrinette, dove inseriti in gengive di cera rosa, legate fra loro da molle d’ottone facevano bella mostra di sé denti artificiali, si fermò a prender fiato; ed ecco lo colse un tremendo batticuore, un brivido gli corse la schiena, il dolore ebbe tregua, il dente s’azzittì.
Istupidito egli restava lì piantato sul marciapiede.
Finché aveva preso il coraggio a due mani e cacciatosi nel buio della scala, divorandone i gradini a quattro a quattro, era giunto al terzo piano. Là s’era trovato davanti una porta: una targhetta di smalto vi ripeteva in lettere celesti il nome dell’insegna.
Aveva già tirato il campanello, quando lo sguardo, cadendogli sui gradini, li vide costellati di larghi scaracchi appiccicosi e sanguinolenti.
Fu per tornare; già, era deciso a patir di mai di denti per il resto della vita; ma trapassando le pareti, gli lacerò i timpani, riempì la tromba della scala, lo inchiodò allibito dov’era, un urlo disumano; mentre la porta si apriva e una vecchia lo invitava ad entrare.
La vergogna l’aveva vinta sulla paura.
Introdotto in una sala da pranzo, aveva visto spalancarsi con fracasso un uscio, riempire il vano un pauroso granatiere, una specie d’automa in redingotta e pantaloni neri.
Dal momento che, seguendo colui, era passato in un’altra stanza, i suoi ricordi s’annebbiavano. Vagamente ricordava d’essersi come un cencio lasciato andare su una poltrona in faccia a una finestra e d’aver barbugliato indicando il dente: “È già stato piombato: temo non ci sia nulla da fare”.
Ficcandogli in bocca un indice come una trave, già colui gli aveva tolto la parola; quindi, borbottando chi sa che sotto i baffi a zanna impomatati, aveva tolto qualche cosa di su un tavolo.
Allora era venuto il bello.
Aggrappato ai braccioli, Des Esseintes s’era sentito un freddo nella guancia. Poi aveva visto le stelle; sudando di strazio, s’era messo a pestare i piedi ed a belare come un agnello che scannano.
S’udì uno scricchiolio; cedendo, il molare si spezzava.
Gli era parso allora che gli divellessero il capo, gli fracassassero il cranio; perduta la ragione, aveva urlato come un dannato. Furiosamente si era difeso contro l’energumeno che di nuovo gli rovinava addosso quasi volesse fargli entrare il gomito nel ventre e che, arretrando bruscamente d’un passo, tirava su appesa alla mascella la vittima, per lasciarla quindi brutalmente ripiombare sulla poltrona; per poi, tappando di sé la finestra, brandire, ansante, a trofeo, nella morsa della tanaglia un dente cianotico, rosso d’un carniccio che ne pendeva.
Vicino a render l’anima, Des Esseintes aveva sputato sangue da riempire una bacinella; respinto d’un gesto la vecchia ricomparsa ad offrirgli il mozzicone che andava involgendo in un pezzo di giornale; e, sborsati i due franchi di tariffa, era fuggito bersagliando a sua volta di sputo e di sangue i gradini; per ritrovarsi in istrada, raggiante, alleggerito di dieci anni, pieno d’interesse per tutto ciò che vedeva.
“Brrr!” fece; e s’alzò per scuotere da sé l’orribile fascino di quei ricordi.
Tornato alla realtà presente, si preoccupò della tartuca. Continuava a non muoversi. La palpò. Era morta.
Certo, avvezza al trantran della sua esistenza, all’umile vita del suo povero guscio, non aveva potuto sopportare l’accecante lusso che le era stato imposto, il rutilante piviale di cui l’avevan vestita, le gemme di cui le avevano lastricato il dorso, a somiglianza d’un ciborio. […]

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3 Risposte to “sì dunque….”

  1. Oi Stefy anche io mi ricordavo del tuo meeting con il dentista, solo che non mi sono ricordato di scriveerti =( sai che già di mio sono un pò pirla, mo son chiuso in casa con l\’influenza da due giorni, spero basti a giustificarmi….. Comunque ti capisco benissimo e lo sai, anche io detesto i dottori, specie i dentisti (ed il mio è pure Persiano….cosa dovrei dire… meglio curarsi da soli puro stile John Rambo XDDD)
    Saludos y talugo 

  2. e Rambo come sempre aveva ragione…mi spiace che tu stia male tesò….miraccomando grappa e latte per tirarti un po\’ su…taluuugo!

  3. Tiffany sorry se nn ho risp prima ma ci sono dei giorni cazzeggio in cui connettersi con il mio pc mi pare uno sforzo immane…
    meno male che Controccorrente nn sono mai riuscita a finirlo… quella scena l\’avrei sognata per giorni… e forse la sognerò anche ora, soprattutto tenendo conto che il dente del giudizio rompe parecchio ultimamente… speriamo bene… grrr…
    tu ormai avrai ucciso per sempre il dente a quest\’ora… evviva!! ^^
    a prestissimo, ora guardo i treni per comacchio… cazzarola pare sia in capo al mondo!!

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