m e m

– È vodka? – domandò Margherita, con voce fioca.
Il gatto fu cosí offeso che fece un balzo sulla seggiola.
– Per carità, regina, – gracchiò, – come potrei permettermi di mescere
vodka a una signora? Questo è alcool puro!
Margherita sorrise e tentò di scostare il bicchiere.

– Noi abbiamo voluto metterla alla prova, – disse Woland, – non chieda
mai nulla a nessuno! Mai nulla a nessuno e tanto meno a quelli che sono piú forti
di lei. Ci penseranno loro a offrire e daranno tutto. Si metta a sedere, donna
orgogliosa -. Woland le strappò di dosso la sudicia vestaglia, e Margherita si
ritrovò di nuovo seduta sul letto accanto a lui.

– Già, è vero, – rispose Woland, – ho avuto il piacere d’incontrarmi con
quel giovanotto agli stagni Patriaršie. Per un pelo non ha fatto impazzire anche
me, dimostrandomi che io non esisto. Ma ci crede che io sono veramente io?

– Bisogna crederci, – disse il nuovo venuto, – ma naturalmente, sarebbe
assai piú comodo ritenere che lei è il prodotto d’un’allucinazione. Mi scusi, –
soggiunse il Maestro, riprendendosi.
– Be’, perché no? Se è piú comodo, lo ritenga pure, – rispose
cortesemente Woland.

Con occhi irrequieti, Ivan Savel’evic dichiarò che il
giovedí, da solo nel suo ufficio, aveva bevuto tanto da sbronzarsi, poi era andato
in un posto ma non ricordava dove, poi aveva ancora bevuto della vodka
stagionata, ma non ricordava dove, era rimasto disteso vicino a uno steccato, ma
non ricordava dove. Solo dopo che ebbero detto all’amministratore che con il suo
atteggiamento, sciocco e insensato, ostacolava l’inchiesta di un caso importante,
e di questo, naturalmente, avrebbe risposto, Varenucha scoppiò a piangere e
sussurrò con voce tremante, guardandosi attorno, che mentiva soltanto per
paura, temendo la vendetta della banda di Woland, nelle cui mani si era già
trovato, e che pregava, supplicava, bramava di essere rinchiuso in una cella
blindata.
– Accidenti! E dài con questa cella blindata! – brontolò uno degli
investigatori.

Sí, dati ce n’erano già molti, e si sapeva già chi pescare. Ma il fatto era
che non si riusciva assolutamente a prendere nessuno. Nello stramaledetto
appartamento n. 50, va ripetuto, qualcuno indubbiamente c’era. A volte,
qualcuno rispondeva al telefono, ora con voce nasale, ora con voce stridula, a
volte aprivano una finestra, anzi si sentivano i suoni di un grammofono. Eppure,
ogni volta che si entrava, non vi si trovava proprio nessuno. Eppure l’avevano
visitato tante volte, e in diverse ore del giorno. Anzi l’appartamento fu perquisito
tenendo aperta una rete e scrutando ogni angolo. Già da molto tempo
l’appartamento aveva suscitato dei sospetti. Era sorvegliato non solo il percorso
che attraverso il portone andava nel cortile, ma anche la scala di servizio. Anzi,
sui tetti presso i comignoli erano stati messi uomini di guardia. Sí,
l’appartamento n. 50 ne combinava di belle, e non c’era niente da fare.

Inutile dire che il direttore finanziario concluse la sua deposizione
con la preghiera di essere rinchiuso in una cella blindata.

Nel frattempo si avvicinava l’ora del pranzo, e là dove si svolgeva
l’inchiesta squillò il telefono. Dalla Sadovaja comunicavano che il maledetto
appartamento aveva di nuovo dato segno di vita. Dicevano che le finestre
venivano aperte, che giungevano suoni di pianoforte e canti, e che avevano visto
alla finestra, seduto sul davanzale a rosolarsi al sole, un gatto nero.

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